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Mr Cooper

glenn cooper

28 settembre 2014, hotel Palazzo Alabardieri, Napoli

Ho incontrato Glenn Cooper durante uno dei miei viaggi: in autogrill, nella sezione bestseller. All’angolo tra la caffetteria e il reparto caramelle gommose, lo amavo già: con gli occhi incollati alle sue parole e l’insana impazienza di arrivare alla fine di quelle parole e di non arrivarci mai.

Ho rincontrato Glenn Cooper più e più volte, un po’ ovunque: tra gli scaffali di una libreria, alla posta, al mercato il sabato mattina. L’ho incontrato, Glenn Cooper – o almeno la sua trasposizione in carta e inchiostro -, ogni volta che ho letto e riletto i suoi libri, ogni volta che ne ho parlato con le scintille negli occhi, che l’ho regalato con tutto l’affetto che i regali richiedono. E ogni volta è stato come ritrovare un vecchio amico, di quelli che conosci bene ma mai abbastanza. Di quelli che di punto in bianco ti chiedono semplicemente di mollare tutto – almeno per alcune ore, tutte di seguito o spezzettate in manciate di minuti – e di seguirli in uno dei loro viaggi. E finisce che quell’amico incontrato per caso in un autogrill tu lo segui, più o meno consapevolmente, oltre i confini di questo e quell’altro mondo, fino a sorvolare la terra o sprofondare giù nell’inferno. E con lui tremi e trattieni il fiato e ridi di cuore e diventi grande. Pagina dopo pagina, libro dopo libro, viaggio dopo viaggio.

E poi.

(Il cuore che batte al ritmo dei tacchi nella hall di un albergo. Una veranda che mette pace. Sospensione. La sensazione di trovarsi esattamente nel luogo in cui si vuole stare.
Sul tavolo, una copia – intitolata “Dannati” – immacolata e magnetica.
Un uomo, di nero vestito e dagli occhi color cielo sereno.
“Hi Simona, nice to meet you.”)

Ho incontrato Glenn Cooper, durante uno dei suoi viaggi: a Napoli, nel favoloso hotel Alabardieri. Stavolta non fatto – solo – di parole, ma di tutto ciò che rende una persona tale: respiro e spirito.

E lì, nella tranquillità di una domenica pomeriggio di fine settembre, quel vecchio amico mi ha raccontato tante cose. Di come gli piace scrivere, seduto nella biblioteca di casa sua, circondato dai suoi libri e col camino acceso d’inverno. Delle lunghe e profonde letture (circa cento libri) che precedono ogni singolo romanzo, delle ricerche, della pianificazione e della stesura delle bozze. Dell’autentico stupore di vedere la Biblioteca dei morti pubblicata, figurarsi di saperla letta e apprezzata da milioni di persone. Di quando si è laureato in archeologia, ha preso un dottorato in medicina, ha lavorato nell’industria di biotecnologie, si è dedicato alla sceneggiatura, ma poi è diventato scrittore: lasciando che tutti i suoi interessi, così diversi tra loro, convivessero nella sua scrittura, contribuendo a darvi autenticità.

L’ho incontrato, Glenn Cooper, nel mio e nel suo presente, ma avrei giurato che per un attimo fossimo scivolati in un passato remoto, proprio quando non ho potuto fare a meno di domandargli: se potessi scegliere un’epoca in cui vivere, Glenn, quale sarebbe? Nell’Inghilterra del 1500, mi ha risposto, per incontrare Shakespeare e Marlowe. T’ immagini come sarebbe stato assistere alla rivalità tra quei due, l’uno che voleva essere più bravo dell’altro?

M’immagino, sì. E me l’immagino bene, il signor Christopher Marlowe, proprio grazie al ritratto che ne hai fatto tu in uno dei tuoi libri, e pensa che lo devo portare al prossimo esame all’università, gli ho risposto.

Mi raccomando, non fare accenni alla sua coda, ha fatto lui.

Ok, Glenn, saprò tenere il segreto.

Poi una domanda l’ha fatta lui a me: cosa studi? Lettere. E così ha aggiunto: se non l’hai ancora fatto, leggi qualcosa di John Steinbeck, il mio autore preferito da quando ero ragazzo (ed è inutile aggiungere che “Uomini e topi” di John Steinbeck è già sul mio comodino con un post-it attaccato sulla copertina che dice: consiglio di Glenn).

Ritornando ai nostri viaggi nel tempo, mi ha spiegato che giocare con passato, presente e futuro senza incappare nell’errore di travisare la storia è difficile, ma non impossibile, perché nella storia che conosciamo ci sono sempre dei vuoti all’interno dei quali si possono aggiungere situazioni inventate. Ecco perché nei Dannati, accanto alla vita reale dei personaggi, ha inserito una parte romanzata: perché quando un personaggio realmente esistito è morto, si può fantasticare sulla sua vita da morto per secoli e secoli e secoli.

Già che ci siamo, Glenn, parliamo di “Dannati”, gli ho detto. Com’è nata l’idea? Come nascono tutte le idee e cioè da un’ossessione. Per il male e le sue conseguenze, in questo caso (forte al punto che sua moglie, la signora Cooper, voleva che smettesse di scrivere di questo tema perché a furia di pensarci stava diventando troppo lunatico). Quando si pensa al male, si pensa all’inferno. E l’inferno che si è immaginato Glenn Cooper è sicuramente diverso da tutti gli inferni che ci siamo mai immaginati noi. Laico. Non troppo dissimile dalla terra. Dominato dalla brama di potere e perennemente in guerra. Popolato da anime cattivissime, personaggi storici o inventati, colpevoli non di peccati capitali ma di atti spregevoli che qualunque umanista condannerebbe come tali (perché a pensare di finire all’inferno per aver mangiato troppo cioccolato, non ci dormiremmo la notte! e pure questo è vero). Uno dei piaceri dello scrittore, ha continuato Glenn, con un sorriso sornione stampato sul volto, è che quando si crea un mondo fantastico, bisogna inventarne anche le Regole, per cui ecco quelle che si è inventato lui, per il suo inferno: 1. I dannati appartengono a tutte le epoche storiche, dall’età della pietra a quella moderna (N.B. c’è un personaggio molto legato al Sud dell’Italia). 2. Dall’inferno, non si può tornare indietro. 4. Non ci sono bambini, all’inferno. 3. All’inferno, ci si ritrova nello stesso luogo in cui si è morti. Ad esempio, se muori a Napoli, ti ritrovi nella Napoli dell’inferno. (E cioè con più traffico e meno sole? mi sono chiesta io). Ma parlando di Napoli, quella col sole, ti piacerebbe, Mr Cooper, ambientarci uno dei tuoi romanzi? gli ho domandato a quel punto. Ha risposto di non conoscere questa città bene quanto il resto d’Italia, ma di essere molto attratto dal suo lato magico e oscuro. Gli ho nominato la chiesa delle Capuzzelle, il Munaciello, la Cappella di Sansevero: e a quel punto ha acceso il suo Mac e ha digitato “Raimondo di Sangro” su Wikipedia. Sì, gliel’ho confermato, era proprio lui: il principe di Sansevero. Merita di fare un’apparizione nel mio prossimo libro, mi ha detto a quel punto con le scintille negli occhi (per poi aggiungere: tu sei la prima a saperlo! e credo di averle sentite tutte quelle scintille ma nel mio stomaco).

Ho incontrato Glenn Cooper e l’ho spiato mentre mi firmava la dedica sulla copia di Dannati, la stessa che non vedevo l’ora di leggere tutta d’un fiato, con gli occhi incollati alle sue parole e l’insana impazienza di arrivare alla fine di quelle parole di non arrivarci mai. Con la consapevolezza di aver stretto la mano che le ha scritte.

E con la profonda felicità di aver intravisto il cuore che le ha concepite proprio lì: sul fondo limpidissimo di quegli occhi color cielo sereno.

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