Quel mostro chiamato noia

Stiamo facendo programmi per quando tutto questo finirà. Stiamo usando parole nuove, o almeno tali nel nostro vocabolario quotidiano: assembramento, pandemia, quarantena. Stiamo ridefinendo il significato di quelle vecchie, di quelle facili: libertà, casa, abbraccio. Tempo. Stiamo sbirciando negli interni delle case dei nostri amici e dei nostri datori di lavoro. Stiamo facendo torte. Stiamo attingendo alla nostra creatività più vivace pur di sentirci più vicini e più coraggiosi. Stiamo cambiando, in meglio o in peggio lo scopriremo poi. Stiamo benedicendo l’internet e i social network, che questa volta – per una volta! – ci stanno rendendo più sociali. Stiamo aprendo i cassetti per controllare se i nostri sogni stiano ancora lì. Stiamo assistendo a concerti, letture e sante messe in diretta streaming. Ci stiamo affacciando ai balconi, e forse non lo facevamo da un po’. Qualcuno di noi sta pregando, tutti stiamo rivolgendo un pensiero pieno di gratitudine a chi, là fuori, sta combattendo. Stiamo riscoprendo una vita homemade. Stiamo leggendo, tanto. Stiamo collezionando meme. Alcuni lo stanno diventando, dei meme. Ci stiamo videochiamando senza il timore di farci vedere brutti nei nostri outfit improponibili. Stiamo sentendo la mancanza di ciò che avevamo e anche di ciò che non credevamo di avere. Stiamo facendo pulizie radicali e ritrovando cimeli che avevamo dato per dispersi. E sì, stiamo facendo esperienza della noia.

Il coraggio di essere Frida

Mi sono guardata come non mi ero mai guardata prima.
La prima novità è che ho guardato me stessa non nello specchio dell’ascensore né attraverso la fotocamera frontale, ma su una tela in un museo. La seconda novità è che mi sono guardata da fuori, ma allo stesso tempo da dentro. E questo era, dopotutto, lo spirito con cui è nato il progetto “Il coraggio di essere Frida” della mia cara Susi Sposito: far uscire fuori la propria identità e renderla un capolavoro, proprio come aveva fatto Frida. Un’impresa non certo facile – oserei dire titanica, considerati i tempi in cui viviamo – a cui non poteva far fronte niente se non l’arte.

Ricordati di dirti brava

Anche quando nessuno te lo dice. Anzi, soprattutto quando nessuno te lo dice: è proprio lì che devi mantenere la lucidità di riconoscerti un merito quando ce l’hai. Che è una cosa ben lontana dalla presunzione e dalla pienezza di sé: vuol dire imparare a giudicarsi con spirito critico, e farlo con la stessa intransigente severità di quando commettiamo un errore.

Occasioni

Che non è (solo) il titolo di una bellissima raccolta poetica di Eugenio Montale, ma quella parola che, oggi più che mai, ci eccita, ci tormenta, in ogni caso ci ossessiona. In un’epoca di insicurezza − lavorativa e sentimentale − come quella in cui viviamo, ci fanno credere che le occasioni che ci si presentano davanti vanno colte, sempre. Che se non ti butti ti perdi il meglio, a prescindere. Un po’ come la storia del treno che passa una volta nella vita: una leggenda metropolitana che certamente non spaventa chi, come me, è abituato ad aspettare il 604, che ha più o meno la stessa frequenza.

Elogio del regalo inutile

Il regalo perfetto è quello di cui non si sentiva l’esigenza. Quello senza il quale la vita avrebbe continuato a scorrere senza particolari intoppi. Eppure il regalo inutile è ciò di cui abbiamo un bisogno oserei dire disperato in una vita durante la quale siamo stati abituati a fare ogni cosa per raggiungere un fine. Un pezzo di bellezza immotivata, che qualcuno si è preso la briga di individuare nella moltitudine, impacchettare in una carta blu a pois bianchi e consegnarti a domicilio.