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Le mille vite di Schatzy Mosca

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Qualche mattina fa, in uno dei miei posti del cuore che è la Modart Gallery in via Salita Vetriera, ho avuto un incontro di quelli che nel tragitto di ritorno non puoi fare a meno di chiederti: “è tutto vero?”.
Sì, perché Schatzy Mosca – mille colori e «un prosecco!» a colazione – è un personaggio a confine tra la realtà, quella che sa e odora di vita vera, e la fantasia.

Difficile collocarla in una qualche categoria umana, impossibile definirla: sarà forse per questo motivo che appena nata «ha vissuto per tre mesi senza nome» finché non le hanno dato l’ebraico Miriam. «Schatzy» (letteralmente “tesoruccio”) è stato invece un regalo della sua tata tedesca.
A domandarle “che fai nella vita?” ti risponde “vivo”. Ma poi ci tiene a precisare che ha vissuto tante vite, Schatzy Mosca, ma mai nessuna dall’inizio alla fine.
Di sé dice che «comincia e non finisce»: per quell’ansia di conoscere, di fare e disfare, di superarsi, di bruciare. Ed è quel suo «bruciare», eterno e estenuante e sofferente, per poi rinascere da quelle sue stesse ceneri a nuova vita, che mi viene da pensare a lei come a una fenice.
Le sue stesse opere, quelle a cui Sabina Albano «ha dato valore e una possibilità» esponendole nella sua Modart Gallery dal 15 al 29 ottobre, sono frutto di nascite e rinascite. “Ballroom” sono vestiti del passato e del futuro: trovati, fatti, mai messi forse, reinterpretati e fissati su tela attraverso la pasta cementizia, secondo quel concetto di «riciclo» che le è tanto caro perché riciclo vuol dire evoluzione, trasformazione, movimento. L’unica cosa in cui – forse – Schatzy Mosca, senza un Dio e senza un centro, crede: «perché non siamo mai uguali a come ci siamo svegliati la mattina».
I suoi lavori riflettono la sua vita: nessun programma predefinito, nessuna linea di condotta, colore e materia allo stato puro. Non pezzi ma frammenti. Testimonianze di un passato di cui parla con tremenda nostalgia ma anche di un futuro che non aspetta altro che essere vissuto con l’entusiasmo di una bambina. Memorie di posti lontani: da una Russia che lei ricorda con l’immagine romantica di una principessa vestita da uomo con un turbante e un bocchino fumante, ad una New York – dove per’altro ha vissuto per dieci anni – che è il suo luogo del cuore perché «lì c’è posto per tutti: per il giovane e il vecchio, per l’ubriaco e per il santo».
Mai uguale a sé stessa, eppure, in qualche modo, sempre fedele al suo modo di guardare alla vita: anche e soprattutto attraverso gli stravaganti occhiali che cerca nei negozi di antiquariato in giro per il mondo e che cambia continuamente.
Un po’ come le sue vite.dsc_0034 dsc_0039 dsc_0041 dsc_0043 dsc_0046 dsc_0044 dsc_0050

Categories:persone

Primo commento

  1. Sergio Bruno Sergio Bruno

    Fantastici i.vestiti e fantastica lei.Sorprende sempre!

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