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Il coraggio di essere Frida

Mi sono guardata come non mi ero mai guardata prima.
La prima novità è che ho guardato me stessa non nello specchio dell’ascensore né attraverso la fotocamera frontale, ma su una tela in un museo. La seconda novità è che mi sono guardata da fuori, ma allo stesso tempo da dentro. E questo era, dopotutto, lo spirito con cui è nato il progetto “Il coraggio di essere Frida” della mia cara Susi Sposito: far uscire fuori la propria identità e renderla un capolavoro, proprio come aveva fatto Frida. Un’impresa non certo facile – oserei dire titanica, considerati i tempi in cui viviamo – a cui non poteva far fronte niente se non l’arte.

Alla fine, e non senza una certa fatica (materiale ed emotiva), sono usciti fuori dodici meravigliosi ritratti, nei quali persone di ogni genere, cultura ed età – dalla piccola Irene nata pochi mesi fa alla grande Irene dai soffici capelli bianchi – hanno raccontato la propria storia personale davanti all’obiettivo di Alessandro Tarantino. Un racconto fatto non di parole, ma di volti (e qui il prezioso contributo è stato della make up artist Marina Caragallo), gesti, e certamente abiti (della collezione realizzata da Susi Sposito per l’occasione).

Io sono stata ritratta di profilo, con lo sguardo un po’ fiero, un bustino di juta e la testa piena di fiori. Che io interpreto un po’ come le idee che mi frullano tutto il giorno tra i pensieri, un po’ come le mie rinascite quotidiane, un po’, addirittura, come i dolori a cui do la possibilità di trasformarsi in energia nuova. Così, quando mi sono guardata ieri mattina al Museo Filangieri, in “mostra” davanti a tanti e sconosciuti occhi, mi sono riconosciuta. E mentre pensavo ‘sì, questa sono proprio io’ mi sono resa conto che, prima ancora della bellezza, è l’irripetibilità di ognuno di noi ciò di cui bisogna prendersi cura. Un valore da salvaguardare non solo da tutto quello – un amore, un lavoro, una persona – che ci vuole diversi da ciò che siamo, ma anche e soprattutto dalla facilità con cui noi stessi siamo pronti a dimenticarci di noi.

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Un grazie a Susi per avermi fatto provare questa emozione,
e ai miei vicini di quadro (tra tutti, Rosa, Irene, Sabina, Raffaella, Annalaura, Valeria e Ludovico!)

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