
Di quando ho pranzato in una libreria nel cuore di Milano, e mi sono sentita a casa.

Di quando ho pranzato in una libreria nel cuore di Milano, e mi sono sentita a casa.

Sofia ha un nome che le sta bene, penso mentre la incontro, un sabato pomeriggio in un angolo di Napoli che è diventato il suo showroom temporaneo.
Le sta bene addosso, quella parola d’origine greca, perché la sua è una moda sapiente. Concettuale ma lontana dall’essere concettosa. Dove ogni dettaglio è stato pensato, studiato nel senso appassionato del termine, curato con la cura che si riserva a ciò che si ama fare.

Milano, inizio ottobre. E io che, da quando sono scesa dal treno fino a quando ci sono risalita, non ho potuto fare a meno di pensare: è tutto uguale, è tutto diverso.

Le avevo chiesto dieci minuti e un abbraccio.
Ma lei, come fanno tutti quelli che tra dare e ricevere non c’è poi tanta differenza, mi ha dato molto di più.
Mi ha dato ciò che una persona ha di più prezioso: la sua attenzione – il gesto più vicino all’ amore che conosca – e il suo tempo. Che probabilmente saranno stati dieci minuti, ma di quelli che, lei lo sa bene, è difficile stabilire quanto durino effettivamente.
Ed è stato così che un pomeriggio di pioggia a Milano, mentre credevo di andar a incontrare Chiara Gamberale, la scrittrice, in realtà ho conosciuto Chiara: l’amica. La madre “troppo figlia”. La donna che ama scrivere almeno quanto ama amare. Bella di quella bellezza che si tiene bene alla larga dall’idea di perfezione attenta com’è a rintracciare il vero.

Sono stata il posto 3A della carrozza 9 del treno 9540. Sono stata una stazione affollata di pensieri e di persone. Compagna di avventura. Milano con il sole. Un Duomo sempre uguale a sè stesso eppure sempre diverso.
Sono stata una casa che risuonava di risate. Simona, piacere, per qualche nuovo amico.